Prima di chiamarsi Ischia, l’isola ha avuto molti nomi.

Pithekoussai, Pithecusa, Aenaria, Arime, Inarime, Iscla. Sono parole che appartengono a epoche diverse e che, in qualche modo, raccontano tutte la stessa isola: quella vulcanica, fertile e inquieta che oggi conosciamo come Ischia.

E forse è proprio questo il modo più interessante per avvicinarsi alla sua storia: non cercando un’unica origine, ma seguendo le tracce lasciate nel tempo da chi è arrivato qui, ha abitato l’isola, l’ha attraversata e ha provato a darle un nome.

Prima dei Greci

Ischia ha una storia molto più antica della colonizzazione greca.

Le testimonianze archeologiche più antiche comprendono materiali neolitici rinvenuti in località Cilento, nei pressi dell’attuale Ischia Ponte, mentre sulla collina del Castiglione, a Casamicciola, è stato individuato un insediamento che arriva dall’età del Bronzo fino all’età del Ferro. Le conoscenze sulla preistoria dell’isola rimangono però ancora frammentarie.

È un dettaglio importante, perché ci ricorda che la storia di Ischia non comincia con l’arrivo dei Greci. Prima di Pithekoussai c’erano già persone, abitazioni, attività e relazioni con il territorio.

Poi, nell’VIII secolo a.C., arriva una nuova storia.

Pithekoussai, la prima colonia greca in Occidente

Intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., sull’isola si stabiliscono gruppi di coloni provenienti dall’Eubea, in particolare da Calcide ed Eretria.

Nasce così Pithekoussai, considerato il primo insediamento greco in Occidente. Il centro principale si sviluppa nell’area dell’attuale Lacco Ameno, ma le testimonianze della presenza greca sono distribuite in diversi punti dell’isola.

A Lacco Ameno, gli scavi hanno restituito una necropoli con più di mille tombe e un’eccezionale quantità di oggetti che raccontano una comunità molto attiva negli scambi e nelle produzioni artigianali.

Tra le aree più interessanti c’è quella di Mazzola, dove sono state individuate botteghe e abitazioni appartenenti al quartiere metallurgico dell’VIII e VII secolo a.C. Gli scavi più recenti hanno confermato l’importanza di questo luogo per comprendere i primi rapporti tra i coloni greci e le popolazioni italiche.

E poi c’è Punta Chiarito.

A Panza, sul versante sud-occidentale dell’isola, gli scavi hanno portato alla luce un insediamento greco arcaico. Le strutture più antiche risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., circa tra il 750 e il 730 a.C. Una successiva eruzione vulcanica lo ricoprì di materiali, conservandone le tracce.

È uno dei luoghi che meglio raccontano quanto il paesaggio vulcanico abbia condizionato la vita dell’isola: qui il fuoco che aveva costruito Ischia ha anche conservato una parte della sua memoria.

Ma cosa significa Pithekoussai?

Qui la storia si fa più curiosa.

Il nome greco Pithekoussai è stato interpretato in modi diversi già nell’antichità.

Una delle spiegazioni lo collega a píthekos, “scimmia”, e quindi alle famose “isole delle scimmie”. A questa interpretazione si lega anche il mito dei Cercopi, esseri dispettosi che Zeus avrebbe trasformato in scimmie.

Ma esiste un’altra interpretazione, sostenuta già da Plinio il Vecchio: il nome deriverebbe da píthoi, i grandi contenitori in terracotta utilizzati nel mondo greco. In questo caso Pithekoussai sarebbe legata non alle scimmie, ma alla produzione ceramica dell’isola.

È una distinzione interessante perché l’archeologia offre effettivamente molte testimonianze della produzione artigianale di Pithekoussai.

Insomma, ancora una volta, il nome sembra raccontare qualcosa del luogo.

O forse racconta soprattutto il modo in cui gli antichi cercavano di interpretarlo.

L’isola di Tifeo

C’è poi un altro nome, molto più poetico: Inarime.

Lo troviamo nella poesia latina, a partire da Virgilio, che nell’Eneide colloca proprio a Inarime il gigante Tifeo. Il nome viene ricondotto alla tradizione omerica della “terra degli Arimi”, dove Zeus avrebbe sepolto il gigante dopo averlo sconfitto.

Il mito sembra quasi fatto apposta per Ischia.

Tifeo è un gigante imprigionato sotto la terra. Quando si muove, la terra trema; quando si agita, il vulcano manifesta la sua forza.

Per un’isola costruita dal fuoco e ancora oggi attraversata da fumarole, sorgenti termali e terremoti, non è difficile capire perché questo racconto abbia trovato qui una casa.

È anche per questo che Ischia compare nella letteratura antica non soltanto come luogo geografico, ma come paesaggio mitologico.

Aenaria, l’isola dei Romani

Con l’età romana compare un altro nome: Aenaria.

Secondo una tradizione riportata da Plinio, il nome sarebbe legato a Enea, che avrebbe trovato rifugio sull’isola con la sua flotta. Ma anche questa etimologia non è pacifica: Aenaria è stata collegata anche alla lavorazione dei metalli, attività documentata archeologicamente soprattutto nell’area orientale dell’isola.

Ed è proprio sotto il mare, nella zona di Cartaromana, che si trovano alcune delle testimonianze più affascinanti di questa fase.

L’antica Aenaria era un insediamento legato alle attività produttive e commerciali. I reperti rinvenuti nelle acque hanno restituito tracce di botteghe, lavorazioni metallurgiche e ceramiche, insieme a materiali che testimoniano gli scambi con altre aree del Mediterraneo.

Ma anche questa città ebbe vita breve.

Durante l’età romana l’isola fu interessata da fenomeni vulcanici, terremoti e frane. Le ricerche archeologiche e geologiche hanno mostrato quanto questi eventi abbiano inciso sulla storia degli insediamenti romani.

E Inarime? E Oinaria?

I nomi non finiscono qui.

Inarime, come abbiamo visto, appartiene soprattutto alla tradizione poetica latina e al mito di Tifeo. Un altro nome tramandato dalle fonti è Oinaria, generalmente collegato alla vite e al vino.

Non è sempre possibile stabilire con certezza quale fosse l’origine linguistica di ogni nome. E forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della storia di Ischia: nel corso dei secoli, nomi diversi si sono sovrapposti, modificati e reinterpretati.

L’isola reale e quella raccontata dalle fonti non coincidono sempre perfettamente.

Finalmente, Ischia

Il nome che usiamo oggi compare nelle fonti medievali.

Il Comune di Ischia e Treccani indicano l’anno 813 come prima attestazione del nome Ischia, in una lettera di papa Leone III a Carlo Magno. La forma utilizzata allora era legata a Iscla, a sua volta ricondotta al latino insula.

Da insula a Iscla, e poi a Ischia: anche il nome che oggi ci sembra così naturale è quindi il risultato di una lunga trasformazione linguistica.

Ed è curioso pensare che, mentre noi diciamo semplicemente “Ischia”, per secoli l’isola sia stata chiamata in molti modi diversi.

Pithekoussai, Aenaria, Inarime, Iscla.

Nomi che parlano di ceramica e metalli, di commerci e navigazioni, di vigne e di vulcani. Nomi che raccontano miti, ma anche attività molto concrete. Nomi nati dal modo in cui persone diverse hanno guardato questo stesso pezzo di terra in mezzo al Mediterraneo.

Forse è questo, alla fine, il modo migliore per leggere la storia di Ischia: come una storia di stratificazioni.

Sotto i piedi abbiamo un’isola vulcanica; sotto l’isola, le tracce di chi l’ha abitata; sotto ancora, le storie e i miti che nei secoli hanno cercato di spiegarla.

E così, quando oggi diciamo semplicemente “Ischia”, stiamo pronunciando l’ultimo capitolo di una storia che dura da più di duemila anni.

Se volete saperne di più

Il Museo Archeologico di Pithecusae, ospitato a Villa Arbusto a Lacco Ameno, raccoglie reperti che raccontano la storia dell’isola dalla preistoria all’età romana. La sezione archeologica è particolarmente importante per conoscere Pithekoussai e gli scavi condotti da Giorgio Buchner a partire dal 1952.